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Mindfulness e attenzione sostenuta: come si allena la presenza.

 

 

Parlare di attenzione sostenuta significa parlare della nostra capacità di rimanere in contatto con ciò che stiamo facendo per un certo periodo di tempo, senza essere continuamente trascinati da pensieri, stimoli, preoccupazioni o richiami provenienti dall’ambiente. Ma quando osserviamo questa capacità attraverso la prospettiva della mindfulness, il tema diventa ancora più interessante, perché sostenere l’attenzione non significa semplicemente riuscire a concentrarsi più a lungo, né tantomeno pretendere che la mente rimanga ferma e non si distragga.

La mente si sposta continuamente. Passa da ciò che stiamo facendo a ciò che è successo poco prima, anticipa ciò che potrebbe accadere tra qualche ora, risponde a uno stimolo, segue un pensiero, richiama un ricordo e, spesso, lo fa senza che ce ne accorgiamo nemmeno. La dispersione dell’attenzione, quindi, non è un errore da eliminare, ma una caratteristica naturale del funzionamento della mente.

È proprio qui che la mindfulness introduce un elemento fondamentale: la possibilità di accorgerci che la nostra attenzione si è allontanata e di riportarla, con intenzionalità, a ciò che sta accadendo nel momento presente. Questo semplice movimento, apparentemente banale, rappresenta in realtà uno dei passaggi centrali dell’allenamento della presenza.

Quando durante una pratica ci accorgiamo che stiamo pensando ad altro e torniamo al respiro, alle sensazioni del corpo o a ciò che stiamo osservando, non stiamo fallendo nella concentrazione. Al contrario, stiamo esercitando concretamente la capacità di riconoscere la dispersione e di recuperare il contatto con l’esperienza. Ogni ritorno diventa così un piccolo allenamento, non alla perfezione dell’attenzione, ma alla possibilità di orientarla nuovamente.

Lo stesso processo può essere osservato nella vita quotidiana. Possiamo essere davanti a una persona che ci sta parlando e, mentre ascoltiamo, accorgerci che la nostra mente è già impegnata nella risposta che vogliamo dare, in una questione di lavoro o in qualcosa che dovremo fare dopo. Possiamo essere al computer e renderci conto, dopo diversi minuti, di aver aperto più finestre, controllato il telefono e iniziato diverse attività senza averne realmente conclusa una. Possiamo perfino trovarci in un momento apparentemente tranquillo e scoprire che il nostro corpo è presente in quel luogo, mentre la nostra mente è completamente altrove.

Allenare la presenza, significa allora imparare a riconoscere questi momenti senza giudicarli e senza trasformarli in un’ulteriore occasione di critica nei nostri confronti. Non si tratta di costringere la mente a rimanere concentrata, ma di sviluppare una maggiore consapevolezza di come funziona la nostra attenzione e della possibilità di orientarla nuovamente<<<<.

È una differenza importante, soprattutto in una quotidianità caratterizzata da continui stimoli e frequenti interruzioni. Spesso pensiamo che per essere più concentrati dobbiamo aumentare lo sforzo, lavorare più velocemente o eliminare ogni distrazione. La mindfulness propone una prospettiva diversa: prima di cercare di aumentare la quantità di attenzione che utilizziamo, possiamo imparare a riconoscere dove si trova la nostra attenzione e quanto spesso si allontana da ciò che stiamo vivendo.

In questo senso, la presenza non è una condizione permanente da raggiungere, ma una capacità da esercitare. Non significa essere sempre concentrati, sempre calmi o completamente immersi nel momento presente. Significa, piuttosto, diventare progressivamente più capaci di accorgerci quando siamo altrove e di ritornare, con maggiore consapevolezza, a ciò che stiamo facendo.

La pratica della mindfulness ci insegna proprio questo movimento: osservare, accorgersi, ritornare. E forse è proprio nell’osservare quando la mente si è allontanata che possiamo riconoscere il vero allenamento della presenza. Perché ogni volta che ci accorgiamo di esserci allontanati e scegliamo di tornare, stiamo allenando la nostra capacità di abitare nuovamente l’esperienza, invece di attraversarla in modo completamente automatico, ovvero con il “pilota automatico”.

La presenza, quindi, non richiede una mente che non si distrae mai. Richiede una mente che impara a riconoscere la propria distrazione e a ritrovare la strada verso ciò che sta accadendo ora.


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