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Divinità della natura e cicli della vita.

 

Da Demetra a Cernunnos: i miti della natura come specchio dei ritmi interiori:

La natura non procede in linea retta, non conosce l’idea di una crescita continua, uniforme e priva di interruzioni, ma si muove attraverso trasformazioni, pause, ritorni e passaggi, secondo un ritmo che da sempre l’essere umano ha osservato nel mutare delle stagioni, nella nascita e nella morte delle piante, nell’alternarsi della luce e dell’oscurità, nella fertilità della terra e nel suo apparente riposo. Prima ancora che la psicologia provasse a descrivere i processi interiori attraverso concetti e teorie, il mito aveva già trovato un linguaggio capace di raccontare qualcosa di essenziale dell’esperienza umana: anche dentro di noi esistono stagioni, momenti di espansione e momenti di raccoglimento, periodi nei quali sentiamo di crescere e altri nei quali sembra che nulla si muova, mentre in realtà qualcosa sta cambiando in profondità.

Le antiche divinità della natura possono essere lette proprio attraverso questa prospettiva. Non soltanto come figure appartenenti a religioni lontane nel tempo, ma come immagini simboliche attraverso le quali l’essere umano ha cercato di dare forma ai grandi ritmi dell’esistenza. Demetra, associata alla terra, alla fertilità e al ciclo delle messi, racconta attraverso il proprio mito il rapporto profondo tra perdita, attesa e rinascita. Cernunnos, divinità celtica spesso rappresentata con le corna di cervo e associata alla natura selvaggia, agli animali e alla fecondità, richiama invece un rapporto con una dimensione più istintiva e originaria dell’esistenza, nella quale l’essere umano non è separato dalla natura ma ne costituisce una parte. Attraverso immagini differenti, entrambe queste figure ci conducono verso una stessa domanda: che cosa accade quando smettiamo di pretendere che la nostra vita debba essere sempre nella sua stagione della primavera?

Il mito di Demetra è particolarmente significativo perché mette al centro una delle esperienze più difficili da accettare per la mente umana: la perdita. Quando Persefone viene condotta nel mondo sotterraneo, Demetra vive il dolore della separazione e, nella narrazione mitologica, la sua sofferenza si riflette direttamente sulla terra, che smette di essere fertile. Il mondo si impoverisce, i raccolti vengono meno e la natura sembra entrare in una fase di sterilità, solo attraverso il ritorno ciclico di Persefone si rende possibile una nuova fioritura, ma il ritorno non è definitivo: Persefone torna periodicamente nel mondo sotterraneo e con lei ritorna anche la stagione della sospensione, del freddo e dell’apparente morte.

Il valore psicologico di questa immagine, non consiste nel trasformare il mito in una semplice metafora motivazionale, ma nel riconoscere che la vita interiore possiede anch’essa una dimensione ciclica. Ci sono momenti nei quali qualcosa dentro di noi fiorisce spontaneamente, nei quali abbiamo energia, desiderio, creatività e una percezione nitida della direzione che vogliamo seguire, ma esistono anche momenti nei quali questa chiarezza sembra ritirarsi e lasciare spazio alla fatica, al dubbio, alla solitudine o alla necessità di fermarsi. La nostra cultura tende spesso a considerare questi passaggi come problemi da correggere, deviazioni da superare rapidamente, periodi improduttivi nei quali dovremmo trovare il modo di tornare al più presto alla nostra consueta efficienza. Il mito, invece, sembra suggerire qualcosa di diverso: non tutto ciò che appare come una fine è realmente una fine, e non ogni periodo di apparente immobilità rappresenta necessariamente un fallimenti. La terra in inverno non è una terra morta, è una terra che sta attraversando una fase del proprio ciclo.

Questa distinzione, apparentemente semplice, può modificare profondamente il modo in cui guardiamo alle nostre esperienze. Quando attraversiamo una fase di cambiamento, quando un progetto si interrompe, quando una relazione si trasforma, quando una direzione professionale perde il significato che aveva in precedenza o quando semplicemente sentiamo di avere bisogno di rallentare, la mente tende spontaneamente a costruire una narrazione di perdita. Ci dice che dovremmo essere già altrove, che dovremmo avere più energia, più chiarezza, più motivazione, più risultati. La natura, osservata senza la pretesa di piegarla alle nostre aspettative, ci mostra invece che esistono tempi nei quali il compito non è produrre, ma preparare; non è espandersi, ma raccogliersi, non è aggiungere qualcosa, ma lasciare che qualcosa possa sedimentare.

In questo senso, la ciclicità naturale diventa anche una critica silenziosa alla nostra idea di progresso personale. Abbiamo imparato a pensare alla crescita come a una linea ascendente, nella quale ogni passaggio dovrebbe portarci più avanti rispetto al precedente, ma l’esperienza concreta dell’essere umano è molto più complessa. Possiamo sentirci profondamente cambiati e, nello stesso tempo, tornare a incontrare una paura che credevamo di avere superato; possiamo acquisire consapevolezza e continuare ad attraversare momenti di confusione; possiamo sviluppare nuove risorse e scoprire che alcune vecchie ferite ritornano a chiedere attenzione. Questo non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Significa che il movimento interiore non è lineare, ma assomiglia molto di più a una spirale, nella quale alcuni temi possono ritornare a un livello differente di consapevolezza.È proprio qui che la psicomitologia può incontrare la mindfulness.

La mindfulness ci invita infatti a sviluppare una relazione differente con ciò che accade nel momento presente, senza dover trasformare immediatamente ogni esperienza in qualcosa di diverso da ciò che è. Questa attitudine non significa passività e non coincide con il semplice lasciarsi vivere dagli eventi, ma implica la capacità di osservare ciò che emerge senza reagire automaticamente, riconoscendo che ogni esperienza possiede una propria durata, una propria intensità e un proprio movimento. Se osserviamo il respiro, possiamo accorgerci che anche il gesto apparentemente più semplice della nostra vita segue una struttura ciclica: inspirazione, pausa, espirazione, pausa, e poi nuovamente inspirazione. Nessuna delle sue fasi può essere eliminata senza modificare il respiro stesso. La vita interiore possiede una struttura simile.

Ci sono momenti nei quali prendiamo qualcosa e momenti nei quali lasciamo andare, momenti nei quali ci apriamo verso il mondo e altri nei quali abbiamo bisogno di ritirarci, momenti nei quali agiamo e altri nei quali osserviamo. La difficoltà nasce quando pretendiamo di vivere stabilmente in una sola fase del ciclo, come se fosse possibile inspirare senza espirare, espandersi senza mai contrarsi, raccogliere senza seminare o fiorire senza attraversare l’inverno.

Il mito di Demetra ci ricorda allora che anche la perdita può diventare parte di un movimento più ampio. Non significa che ogni perdita debba essere giustificata o che il dolore debba necessariamente produrre qualcosa di positivo. Significa piuttosto che l’essere umano può imparare a stare dentro alcune esperienze senza avere immediatamente bisogno di conoscerne l’esito. La mindfulness introduce proprio questa possibilità: rimanere presenti anche quando non sappiamo ancora dove ci condurrà ciò che stiamo vivendo.

Cernunnos ci conduce verso un’altra dimensione del rapporto con la natura: la sua immagine, caratterizzata dalle corna del cervo e dalla vicinanza agli animali, richiama una natura che non è addomesticata, ordinata secondo le categorie umane e completamente prevedibile. È una natura selvaggia, pulsante, corporea, istintiva, nella quale la vita non è separata dalla trasformazione e nella quale: nascita, crescita, riproduzione, morte e rinnovamento appartengono allo stesso movimento.

Questa immagine può parlare anche alla nostra relazione con quella parte di noi che spesso cerchiamo di controllare. Viviamo in contesti nei quali siamo continuamente chiamati a regolare il comportamento, a pianificare, a rispettare scadenze, a prevedere conseguenze e a mantenere una determinata immagine di noi stessi. Tutto questo è necessario per abitare il mondo sociale, ma può produrre una distanza crescente dal corpo, dalle sensazioni e dai segnali più sottili attraverso i quali la nostra esperienza ci comunica che qualcosa sta cambiando.

La natura, in questo senso, non ci insegna a diventare più istintivi in maniera indiscriminata, ma ci ricorda che non siamo soltanto: pensiero, progettazione e controllo. Siamo anche corpo, ritmo, percezione, energia, stanchezza, desiderio, bisogno di pausa. Quando perdiamo completamente il contatto con queste dimensioni, possiamo continuare a funzionare anche per molto tempo, ma rischiamo di non accorgerci più di ciò che sta accadendo dentro di noi fino a quando il segnale non diventa abbastanza forte da non poter essere ignorato. La mindfulness propone un gesto apparentemente piccolo ma radicale, ovvero tornare ad ascoltare.

Ascoltare il corpo mentre respira, osservare le sensazioni senza doverle immediatamente classificare, riconoscere una tensione prima che diventi un comportamento automatico, accorgersi della stanchezza prima di essere costretti a fermarsi, riconoscere un’emozione prima che si trasformi in una reazione. In questa prospettiva, la consapevolezza non è un ulteriore compito da aggiungere alla giornata, ma una diversa qualità del modo in cui attraversiamo ciò che già stiamo vivendo.

Anche le stagioni possono diventare una pratica di consapevolezza: l’estate porta con sé un’immagine di espansione, di luce e di apertura, l’autunno introduce il tema della raccolta e del lasciare andare, l’inverno richiama il silenzio, il riposo e la conservazione, la primavera porta nuovamente la possibilità della nascita e della crescita. Non è necessario attribuire a queste stagioni un significato rigido, perché il valore simbolico nasce proprio dalla possibilità di interrogarci su ciò che rappresentano per noi in un determinato momento. Possiamo allora chiederci: in quale stagione mi trovo interiormente? Non è una domanda che richiede una risposta immediata. Può essere semplicemente lasciata agire dentro di noi. Forse stiamo vivendo una fase di espansione e abbiamo bisogno di riconoscere il valore di ciò che sta nascendo, forse siamo in una fase di raccolta e abbiamo bisogno di distinguere ciò che vale la pena conservare da ciò che può essere lasciato andare. Forse stiamo attraversando un inverno personale e la difficoltà consiste proprio nel non interpretare il silenzio come assenza di vita. Oppure siamo in primavera, ma siamo così abituati alla tensione e alla previsione del pericolo da non riuscire ancora a fidarci di ciò che sta tornando a fiorire. La domanda diventa allora meno “come posso essere sempre al meglio?” e più “come posso essere presente a ciò che questo momento mi sta chiedendo?”.

È una differenza sottile, ma importante: nel primo caso cerchiamo di imporre alla nostra esperienza un modello ideale, nel secondo impariamo ad ascoltarne il movimento e la pausa. La mindfulness non elimina la necessità di agire, decidere, progettare e cambiare, ma ci aiuta a distinguere l’azione consapevole dalla reazione automatica. Possiamo scegliere di intervenire, ma possiamo anche riconoscere quando l’azione nasce dall’impazienza di non voler sentire ciò che stiamo vivendo.

La natura ci mostra continuamente che il cambiamento non coincide sempre con il movimento visibile. Un seme sotto la terra non sembra fare nulla, ma contiene una trasformazione. Un albero spoglio può apparire fermo, ma il suo ciclo non si è interrotto. Un paesaggio che attraversa l’inverno non è una versione fallita dell’estate, è semplicemente un’altra forma della vita.

Forse una parte della nostra sofferenza nasce proprio dalla difficoltà di concederci la stessa dignità che concediamo alla natura. Accettiamo facilmente che un albero abbia bisogno di stagioni diverse, mentre facciamo fatica ad accettare che noi stessi possiamo attraversare periodi nei quali la produttività diminuisce, le certezze si modificano e la direzione non appare immediatamente chiara. Ci aspettiamo da noi stessi una continuità che la natura non ha mai promesso, ed è qui che il mito torna a parlarci.

Le divinità della natura non rappresentano soltanto forze esterne da venerare, ma possono essere considerate immagini archetipiche attraverso le quali riconoscere parti dell’esperienza umana che spesso rimangono senza parole. Demetra può rappresentare il dolore della perdita e, nello stesso tempo, la possibilità di riconoscere che ogni separazione modifica il nostro modo di abitare il mondo. Cernunnos può evocare la dimensione selvaggia e corporea dell’esistenza, ricordandoci che la vita non è completamente controllabile e che una relazione autentica con noi stessi richiede anche il recupero di una sensibilità più profonda verso il corpo e l’ambiente. Il mito non ci offre una soluzione pronta, ci offre una forma attraverso cui pensare, e forse proprio per questo continua ad avere qualcosa da dirci.

In una società nella quale la natura viene spesso percepita come uno sfondo, come un luogo da attraversare durante il tempo libero o come una risorsa da utilizzare, recuperare un’immagine ciclica della vita significa anche recuperare un rapporto diverso con il tempo. Il tempo non è soltanto ciò che dobbiamo ottimizzare, è anche ciò dentro cui maturiamo. Non tutto può essere accelerato, non tutto ciò che è importante produce immediatamente un risultato visibile, alcune trasformazioni hanno bisogno di sedimentare prima di poter essere riconosciute. La mindfulness ci invita a stare proprio in questo spazio intermedio, nel quale non dobbiamo necessariamente sapere già che cosa accadrà, ma possiamo imparare a essere presenti a ciò che sta accadendo adesso.

Il ciclo della natura diventa così un’immagine del ciclo della consapevolezza. Ci sono momenti nei quali vediamo chiaramente e momenti nei quali dobbiamo imparare a stare anche nell’incertezza; momenti nei quali qualcosa nasce e momenti nei quali qualcosa deve morire perché possa aprirsi uno spazio nuovo. La consapevolezza non consiste nell’eliminare queste oscillazioni, ma nel riconoscerle senza identificarci completamente con esse, forse non siamo chiamati a vivere sempre nella luce, ma possibilmente siamo chiamati a imparare a riconoscere anche il valore dell’ombra, non come negazione della luce, ma come parte dello stesso ciclo.

Demetra e Cernunnos, attraverso linguaggi differenti, ci ricordano proprio questo: la natura non procede eliminando ciò che è stato, ma trasformandolo. Il fiore nasce dalla terra, il frutto contiene il seme della stagione successiva, le foglie cadono e diventano nutrimento, ciò che sembra concluso entra spesso in una forma diversa del ciclo. Anche la nostra vita interiore può essere letta attraverso questa logica, non per romanticizzare il dolore o per trovare necessariamente un significato a ogni esperienza, ma per imparare a non considerare ogni cambiamento come una perdita definitiva di equilibrio. L’equilibrio, non è necessariamente rimanere immobili, quanto piuttosto imparare a muoversi con il ciclo stagionale.

E questa può essere una delle immagini più profonde che la psicomitologia e la mindfulness possono consegnarci: non siamo alberi costretti a rimanere nella stessa stagione, né dobbiamo pretendere da noi stessi una fioritura permanente. Siamo esseri viventi, immersi in un movimento continuo, capaci di crescere, perdere, cambiare, fermarsi, ricominciare e, soprattutto, imparare a riconoscere il momento che stiamo attraversando.

Quando impariamo a osservare senza giudicare, possiamo finalmente accorgerci che anche ciò che sembrava una pausa apparteneva al viaggio. E forse, allora, la domanda più autentica non è più “come posso cambiare ciò che sto vivendo?”, ma “riesco a essere pienamente presente a questa stagione della mia vita?”. Perché ogni stagione passa, ma ciò che impariamo ad ascoltare durante il suo passaggio può trasformare il modo in cui abitiamo tutte le stagioni che verranno.


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