
Ci sono date che tornano ogni anno e che, proprio per questo, rischiano di diventare familiari al punto da non farci più fermare a considerarle davvero. Il compleanno è una di queste, arriva, lo sappiamo, spesso con largo anticipo, sappiamo che cosa faremo, chi chiameremo, dove andremo, eppure, al di là della consuetudine e delle abitudini che accompagnano questa giornata, compiere un altro anno rappresenta qualcosa di molto più significativo di quanto siamo talvolta disposti a riconoscere. Festeggiare il proprio compleanno non significa necessariamente organizzare una grande festa, ricevere molti regali o condividere una fotografia sui social, non esiste una modalità giusta per celebrare questa ricorrenza. C’è chi ama circondarsi di amici e familiari, chi preferisce una cena intima, chi sceglie di partire, chi si concede qualcosa che desiderava da tempo e chi, invece, vive quella giornata in maniera più riservata. Ciò che conta non è tanto la forma della celebrazione, quanto il significato che scegliamo di attribuirle.
Da un punto di vista antropologico, infatti, i rituali attraverso i quali celebriamo il passare del tempo hanno sempre avuto una funzione importante nella vita delle persone e delle comunità. Celebrare significa interrompere, almeno per un momento, il normale scorrere delle giornate per attribuire un significato particolare a ciò che sta accadendo. Il tempo, che normalmente attraversiamo senza quasi accorgercene, viene reso visibile, una ricorrenza ci permette di dire: questo momento conta, questa persona conta, questa storia conta. Il compleanno contiene proprio questo elemento simbolico, è il ricordo di un inizio, ma anche la consapevolezza di un percorso, non celebra soltanto il fatto di essere nati, ma implicitamente anche tutto ciò che è accaduto da allora. Le persone incontrate, le relazioni costruite e talvolta perdute, le scelte fatte, gli errori, le conquiste, le delusioni, le esperienze che ci hanno cambiato. Un anno in più non è semplicemente un numero che aumenta, è una porzione della nostra storia che si aggiunge alle precedenti. Forse è proprio per questo che, con il passare degli anni, il compleanno può assumere un significato diverso. Quando siamo bambini, aspettare il compleanno significa soprattutto attendere qualcosa che deve arrivare: una festa, dei regali, una torta, l’attenzione degli altri. Crescendo, invece, possiamo scoprire che il valore della giornata non risiede necessariamente in ciò che riceviamo, ma nella possibilità di riconoscere ciò che abbiamo già vissuto e, soprattutto, di esserci per quello che siamo oggi. Questo passaggio non è sempre semplice, il rapporto con il tempo che passa può essere ambivalente. Può portare gratitudine, ma anche malinconia, soddisfazione, ma anche domande, entusiasmo per ciò che ancora deve accadere, ma anche il confronto con ciò che avevamo immaginato e che forse non è andato come pensavamo. Un compleanno può diventare quindi anche un momento nel quale incontriamo il nostro modo di stare davanti al tempo.
La consapevolezza può aiutarci proprio qui, essere consapevoli non significa obbligarsi a essere felici perché è il nostro compleanno, né convincersi che dobbiamo necessariamente provare gratitudine. Significa poter riconoscere quello che c’è, senza doverlo immediatamente modificare, posso essere felice per ciò che ho vissuto e, nello stesso tempo, avere qualche rimpianto. Posso sentirmi soddisfatto e contemporaneamente desiderare qualcosa di diverso, posso avere voglia di festeggiare oppure desiderare semplicemente una giornata tranquilla, tutto questo può anche coesistere.
Anche concedersi un regalo può allora assumere un significato diverso, non necessariamente un atto di consumo o una gratificazione superficiale, ma la possibilità di riconoscere che anche noi meritiamo attenzione. Può essere qualcosa che desideravamo da tempo, un’esperienza, una giornata libera, un viaggio, una cena, un libro, un oggetto oppure semplicemente il tempo per fare qualcosa che durante l’anno continuiamo a rimandare. In una quotidianità nella quale siamo spesso orientati verso ciò che dobbiamo fare, concedersi qualcosa senza una particolare giustificazione può diventare un piccolo esercizio di consapevolezza.
Allo stesso modo, condividere il compleanno con le persone che amiamo significa riconoscere che la nostra storia non è mai soltanto individuale. Ciò che siamo è anche il risultato dei legami che abbiamo costruito. Festeggiare insieme significa, in qualche modo, dire all’altro: sono contento che tu faccia parte della mia vita. E ricevere gli auguri significa accogliere questa attenzione, lasciandoci raggiungere dal bene che qualcun altro ci rivolge. Forse è questo uno degli aspetti più interessanti delle celebrazioni: ci ricordano che non siamo soltanto individui impegnati a perseguire obiettivi. Siamo esseri relazionali, abbiamo bisogno di riconoscimento, di appartenenza, di condivisione. Abbiamo bisogno di momenti nei quali il risultato, la produttività e la prestazione lasciano spazio semplicemente all’esperienza di esserci. In questo senso, festeggiare non è una perdita di tempo, è un modo per dare valore al tempo. Fermarsi a celebrare qualcosa significa sottrarre per un momento la nostra vita alla logica del “dopo”: dopo avrò più tempo dopo avrò raggiunto quell’obiettivo, dopo avrò risolto quel problema, dopo potrò concedermi di stare bene. Il compleanno, come ogni rituale significativo, può ricordarci invece che la vita non è soltanto ciò che dobbiamo ancora raggiungere, è anche ciò che sta accadendo adesso. Ed è forse proprio questo il punto nel quale una celebrazione può incontrare la mindfulness. La presenza consapevole ci invita a non attraversare automaticamente ciò che accade, ma a esserci. Anche davanti a una torta, a un brindisi, a un abbraccio, a una telefonata, a un regalo o a una semplice giornata trascorsa da soli. Possiamo accorgerci di ciò che stiamo vivendo invece di consumarlo velocemente per passare alla cosa successiva.
Possiamo ascoltare una persona che ci fa gli auguri senza pensare immediatamente a come rispondere, possiamo assaporare un momento piacevole senza preoccuparci di fotografarlo, possiamo ricevere un regalo e permetterci semplicemente di essere contenti, possiamo guardare indietro senza trasformare il passato in un tribunale e guardare avanti senza trasformare il futuro in un obbligo. Ogni compleanno, allora, può diventare una piccola pratica di presenza, non perché debba necessariamente insegnarci qualcosa, ma perché può offrirci l’occasione di riconoscere che siamo qui, che il tempo è passato e che, nonostante tutto ciò che è stato facile o difficile, siamo arrivati fino a questo punto.
E possiamo anche fare un passo ulteriore: dopo aver riconosciuto il valore della nostra vita, possiamo rivolgere lo stesso atteggiamento benevolo verso gli altri, è uno degli aspetti più profondi della meditazione di metta: coltivare un’intenzione di benevolenza senza pretendere di cambiare nessuno, senza dover risolvere i problemi degli altri, semplicemente imparando a formulare un augurio sincero di benessere.
In fondo, potrebbe essere questo uno dei modi più autentici di celebrare la vita: riconoscere il valore della propria esistenza e, nello stesso tempo, augurare che anche gli altri possano stare bene.
Meditazione metta – La meditazione della benevolenza
Trova una posizione comoda, stabile, che ti permetta di rimanere presente senza dover mantenere una postura perfetta. Se vuoi, puoi chiudere gli occhi oppure lasciare lo sguardo davanti a te senza fissare un punto specifico.
Porta per qualche istante l’attenzione al respiro, non devi modificarlo, lascia semplicemente che il respiro sia come è.
Ora porta alla mente te stesso, te stessa. Non devi pensare a ciò che dovresti essere, a ciò che vorresti diventare o a ciò che avresti potuto fare diversamente, considera semplicemente la persona che sei in questo momento.
Con calma, puoi ripetere interiormente:
Che io possa stare bene.
Che io possa essere in pace.
Che io possa essere al sicuro.
Che io possa vivere con consapevolezza.
Che io possa incontrare la mia vita con benevolenza.
Lascia che queste parole non siano un obbligo e non cercare di provocare un’emozione particolare. Se senti qualcosa, lascialo esserci, se non senti nulla, va bene anche questo.
Ora porta alla mente una persona a cui vuoi bene, può essere qualcuno della tua famiglia, un amico, una persona che ti è vicina, immaginala semplicemente davanti a te e rivolgi a lei lo stesso augurio:
Che tu possa stare bene.
Che tu possa essere in pace.
Che tu possa essere al sicuro.
Che tu possa vivere con consapevolezza.
Che tu possa incontrare la tua vita con benevolenza.
Lascia poi che l’attenzione si allarghi alle persone che fanno parte della tua vita, anche quelle che incontri soltanto occasionalmente, persone che conosci, persone che condividono con te una parte del cammino, persone che forse non vedrai più.
Che possiate stare bene.
Che possiate essere in pace.
Che possiate essere al sicuro.
Che possiate trovare momenti di serenità e presenza.
Infine, se ti è possibile, lascia che questo augurio si estenda oltre la tua cerchia personale, verso le persone che non conosci, verso gli esseri umani con cui condividi questo stesso mondo.
Non è necessario sentire amore, non è necessario sentirsi in sintonia con tutti, è sufficiente coltivare, per qualche momento, l’intenzione che gli altri possano stare bene.
Che tutti gli esseri possano stare bene.
Che tutti gli esseri possano essere al sicuro.
Che tutti gli esseri possano trovare pace.
Che tutti gli esseri possano vivere con maggiore consapevolezza e benevolenza.
Rimani ancora qualche istante in silenzio.
Poi torna lentamente al respiro, alle sensazioni del corpo, ai suoni intorno a te.
E quando sarai pronto o pronta, riapri gli occhi.
Non serve portare con se una sensazione particolare, può essere sufficiente vivere l’intenzione, a volte la consapevolezza inizia proprio così: fermandoci abbastanza da riconoscere il valore di ciò che c’è ora, e scegliendo anche per un momento di augurare benevolenza verso di Sé e verso gli altri.