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Nel respiro consapevole nasce la presenza

 

 

Nel dojo c’è quiete.

Prima del gesto, c’è il respiro, non è un dettaglio da poco, è il punto di partenza, il corpo è pronto, ma non rigido, l’attenzione è vigile, ma non dispersa, non si tratta di vincere qualcosa. Si tratta di esserci.

Al lavoro c’è pressione.

Notifiche, richieste, decisioni da prendere in tempi brevi, un cliente che aspetta una risposta, un collaboratore che ci racconta di un problema, capita un contrattempo che non avevi previsto.

Anche qui, prima dell’azione, c’è il respiro, solo che spesso non ce ne accorgiamo.

Nel dojo impari presto una cosa: se il respiro si accorcia, il movimento diventa impreciso, se l’attenzione si frammenta, il gesto perde direzione, se l’impulso prende il sopravvento, la tecnica si spezza.

Nel lavoro accade lo stesso: una risposta può essere inviata troppo in fretta, una decisione può essere presa reagendo in modo impulsivo, una giornata può essere vissuta come una continua rincorsa.

Non è una questione di capacità, è una questione di regolazione.

Durante un allenamento: la tensione sale, il cuore accelera, l’adrenalina si fa sentire, non puoi eliminarla, puoi imparare a starci dentro, senza esserne dominato.

Nel lavoro imprenditoriale sono presenti tutti questi aspetti: la pressione non è un errore del sistema, è parte del gioco, la domanda non è “come faccio a eliminarla?”, ma “come posso rimanere presente mentre c’è?”.

Presenza non significa lentezza, nel dojo il gesto può essere rapido, deciso, potente, ma nasce da un centro stabile.

Nel lavoro la decisione può essere ferma, chiara, anche se talvolta difficile da prendere e può nascere da uno spazio interno regolato, non da una reazione presa d’impulso.

Questo è il punto.

Allenarsi significa esporsi alla fatica in modo volontario, ripetere, sbagliare, correggere, ritornare al respiro, non per diventare perfetti, ma per diventare più consapevoli.

Anche il lavoro d’impresa ha molti elementi in comune con un allenamento: ci sono giorni di slancio e giorni di attrito, momenti in cui ti senti centrato e altri in cui ti senti disperso, il problema non è oscillare, il problema può essere “non accorgersene”.

Nel dojo impari a riconoscere i segnali sottili: una spalla che si irrigidisce, un respiro che si blocca, uno sguardo che perde il fuoco.

Nel lavoro questi segnali esistono allo stesso modo: un tono che si alza, una mail scritta con troppa tensione, una riunione affrontata con il corpo già contratto.

La consapevolezza non è qualcosa di astratto, ma riguarda la capacità di accorgersi in tempo di ciò che c’è. Per un imprenditore o un libero professionista questo fa la differenza.

Perché non lavori solo con le competenze, lavori con il tuo sistema nervoso, con la tua capacità di stare nella complessità, con la tua resilienza intesa non come eroismo, ma come capacità di recupero. La consapevolezza comprende: cadere, respirare, riallinearsi.

Nel dojo nessuno si sorprende se perdi l’equilibrio, fa parte dell’apprendimento.

Nel lavoro, invece, spesso pretendiamo da noi stessi una stabilità impossibile, come se la fatica fosse un segnale di inadeguatezza e non di crescita. Eppure il principio è lo stesso, non è l’assenza di pressione che genera presenza, è la capacità di respirare dentro la pressione.

Il respiro consapevole non è una tecnica esotica, è un ritorno.

Un ritorno al corpo, un ritorno al momento presente, un ritorno a una decisione che nasce da uno spazio più lucido.

Nel dojo questo si vede nel gesto, nel lavoro si vede nella qualità delle scelte, nel tempo si traduce in qualcosa di ancora più prezioso: una leadership più stabile, una comunicazione più pulita, una resilienza più autentica.

Ogni allenamento comincia allo stesso modo: un momento di centratura, un respiro, una presenza che si ricompone. Anche nel lavoro possiamo iniziare così: non serve reinventarti da zero, non serve controllare tutto.

Serve imparare a stare.
E da lì, agire.

Perché è proprio qui, nel respiro consapevole, che nasce la presenza.


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