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Un gesto silenzioso di benevolenza

Ci sono momenti dell’anno in cui il tema delle relazioni torna più visibile.
Per alcuni è una festa, per altri un fastidio, per altri ancora una giornata qualsiasi.

Al di là delle etichette, resta una domanda:

Come stiamo nelle nostre relazioni?

Non parlo solo di relazioni sentimentali.
Parlo delle persone che sono con noi nella nostra vita: partner, figli, amici, colleghi, familiari, genitori.
E parlo anche del rapporto che abbiamo con noi stessi.

Spesso pensiamo alle relazioni in termini di comunicazione, di conflitto, di bisogni, di aspettative. Tutto questo è importante. Ma c’è un livello più profondo, più silenzioso, che raramente osserviamo:

Qual è l’intenzione che portiamo dentro la relazione?

 

La benevolenza come allenamento

Nella tradizione contemplativa questa qualità viene chiamata metta: benevolenza, cordialità, intenzione di non nuocere.
Nel tempo, pratiche di questo tipo sono state integrate anche in programmi clinici di mindfulness come quelli sviluppati da Jon Kabat-Zinn, non come esercizi “romantici”, ma come veri e propri allenamenti mentali.

La benevolenza non è sentimentalismo.
Non è dipendenza.
Non è dire sempre di sì.
Non è giustificare tutto.

È la scelta deliberata di augurare il bene, anche quando stiamo ridefinendo i confini.
È la capacità di mantenere una qualità non aggressiva dell’intenzione, anche quando la relazione è complessa.

Questo non significa reprimere rabbia o delusione.
Significa non lasciare che siano gli altri a definire il nostro spazio interiore.

La benevolenza è un atteggiamento interiore..

È il modo in cui scegliamo di stare nelle relazioni e  questo si può allenare.

Perché è difficile

Augurare il bene quando tutto va bene è semplice.
Augurarlo quando ci sentiamo feriti, trascurati o arrabbiati è un’altra storia.

Il nostro sistema nervoso è orientato alla difesa.
Tende a irrigidirsi, a chiudersi, a proteggersi.

La benevolenza non è ingenuità.
È una forma di forza regolata.

Non elimina i conflitti.
Ma cambia la qualità con cui li attraversiamo.

E soprattutto cambia qualcosa dentro di noi: riduce l’attrito interno, alleggerisce la tensione cronica, interrompe il rimuginio.

Non perché l’altro cambi immediatamente.
Ma perché noi smettiamo di alimentare costantemente uno stato di allarme.

 

Una breve pratica di benevolenza

Puoi prenderti cinque minuti:

Siediti in modo stabile.
Porta l’attenzione al respiro per qualche istante, senza modificarlo.

Ora scegli una persona che fa parte della tua vita.
Può essere qualcuno con cui ti senti vicino.
Può essere anche qualcuno con cui la relazione è più complessa.

Visualizzala davanti a te, in modo semplice.

E ripeti mentalmente, con calma:

  • Che tu possa stare bene.
  • Che tu possa essere al sicuro.
  • Che tu possa essere in pace.
  • Che tu possa vivere con dignità e serenità.

Non forzare emozioni.
Non cercare di “sentire qualcosa”.

Stai semplicemente coltivando un’intenzione.

Se la mente si distrae, torna alle frasi.

Dopo qualche minuto, prova a rivolgere le stesse parole a te stesso:

  • Che io possa stare bene.
  • Che io possa essere al sicuro.
  • Che io possa essere in pace.
  • Che io possa vivere con dignità e serenità.

Nota cosa accade. Senza giudicare.

 

Una micro-esperienza di benevolenza

Le relazioni non si trasformano in un giorno.
Non si risolvono con una frase ripetuta mentalmente.

Ma la qualità della nostra intenzione, può modificare il modo in cui la relazione avviene.

A volte non serve fare grandi cose.
Non serve aspettare occasioni speciali.

Può bastare un pensiero o un gesto silenzioso.

Allenare, ogni tanto, un atteggiamento di benevolenza.

E lasciare che questo, lentamente, faccia il suo corso.

 

 


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