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Perché rallentare ci mette così a disagio

 

Silenzio, vuoto, paura di fermarsi:

Ci sono momenti, spesso brevi ma intensi, in cui l’idea stessa di rallentare genera una forma sottile di disagio, quasi un’irritazione interna difficile da spiegare, come se il semplice fatto di fermarsi, di fare meno, di sottrarsi per un attimo al flusso continuo delle attività, mettesse in moto qualcosa che non riusciamo a controllare del tutto. Non è soltanto una questione di abitudine o di ritmo quotidiano, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare con il modo in cui siamo entrati, spesso senza accorgercene, in una logica di funzionamento costante, di prestazione continua, di riempimento sistematico degli spazi, sia esterni che interni. Rallentare, in questo senso, non è semplicemente un cambio di velocità, ma una vera e propria interruzione di un sistema, e come ogni interruzione, espone delle fragilità.

Il silenzio, per esempio, che in teoria potrebbe essere percepito come uno spazio di ristoro, di recupero, di contatto con sé, viene spesso vissuto come qualcosa di scomodo, quasi minaccioso, perché nel momento in cui il rumore esterno si abbassa, quello interno tende ad emergere con maggiore chiarezza. Pensieri lasciati in sospeso, preoccupazioni non elaborate, tensioni emotive accumulate trovano improvvisamente uno spazio in cui manifestarsi, e questo può risultare destabilizzante. Non è raro che proprio nei momenti di quiete emergano quelle domande che durante la giornata riusciamo a tenere a distanza: sto andando nella direzione giusta? quello che faccio ha davvero senso per me? perché mi sento così stanco anche quando non dovrei? Il silenzio, quindi, non è vuoto, ma è uno spazio pieno di contenuti che spesso evitiamo di incontrare.

Accanto al silenzio c’è il vuoto, che non è semplicemente l’assenza di attività, ma una sospensione delle strutture abituali che danno forma alla nostra identità quotidiana. Quando siamo immersi nel fare, nel produrre, nel rispondere, nel correre da un impegno all’altro, abbiamo una percezione abbastanza stabile di chi siamo, perché ci definiamo attraverso ciò che facciamo. Ma quando questo fare si riduce o si interrompe, può emergere una sensazione più incerta, meno definita, come se venisse meno una parte del nostro appoggio interno. Il vuoto, in questo senso, può essere vissuto come perdita di orientamento, e non tutti siamo immediatamente disponibili a tollerare questa esperienza.

È qui che entra in gioco la paura del fermarsi, che non è necessariamente una paura esplicita, dichiarata, ma spesso si manifesta in modo più sottile, attraverso una tendenza a riempire ogni spazio disponibile, a evitare momenti di inattività, a cercare continuamente stimoli, notifiche, contenuti, conversazioni, anche quando non ne abbiamo realmente bisogno. Questa paura ha radici profonde, perché fermarsi significa, in qualche misura, sospendere il controllo, lasciare che emerga ciò che normalmente teniamo sotto traccia, e questo può mettere in discussione equilibri che, pur non essendo pienamente soddisfacenti, risultano comunque familiari.

In un certo senso, il disagio legato al rallentare è il segnale che stiamo toccando qualcosa di reale, qualcosa che non può essere semplicemente aggirato continuando ad accelerare. Non è un errore da correggere, ma un’esperienza da comprendere, perché proprio in quel margine di scomodità si apre uno spazio potenziale di trasformazione. Rallentare, allora, non diventa un gesto romantico o idealizzato, ma una pratica concreta, a tratti difficile, che richiede una certa capacità di stare, di restare in contatto con ciò che emerge senza fuggire immediatamente altrove.

Nel lavoro sulla mindfulness, questo passaggio è centrale, perché implica un cambiamento di prospettiva: non si tratta di eliminare il disagio, ma di modificare la relazione che abbiamo con esso. Il silenzio può rimanere silenzio, il vuoto può continuare a sembrare vuoto, la paura può essere ancora presente, ma ciò che cambia è la possibilità di stare in quello spazio senza doverlo riempire immediatamente, senza doverlo trasformare in qualcos’altro. Ed è proprio in questa possibilità, che all’inizio può sembrare minima o fragile, che si costruisce una forma diversa di stabilità, meno dipendente dall’esterno e più radicata nella capacità di osservare, riconoscere e attraversare l’esperienza.

Rallentare, quindi, non è un lusso né una perdita di tempo, ma un passaggio spesso necessario per recuperare un contatto più autentico con sé stessi, anche se questo comporta, almeno all’inizio, il confronto con il silenzio, con il vuoto e con quella sottile, ma reale, paura di fermarsi che accompagna molti dei nostri giorni.


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